martedì, 20 maggio 2008 - 20:26
C'è molto da dire, perchè molto è stato riversato nelle 450 pagine del romanzo, in diversi mesi di lavoro e di estenuanti viaggi in macchina. Scriverò delle musiche che hanno accompagnato ogni parola, scriverò dei personaggi, dei tre capitoli che tre non sono, scriverò dei temi trattati, tanti, strato dopo strato come una cipolla, che volendo potrebbe essere infinita, parlerò di metafore e analogie, di nomi e di facce, di luoghi veri e immaginari, posterò copertine vere e una inventata, racconterò della faida finale per strappare un titolo...
Ma mettendomi una mano sulla coscienza non posso indugiare oltre prima di dare spazio al protagonista. Davide Bergamaschi, sedici anni, prodotto inappuntabile della Torino-bene, una Torino mai nominata ma presente, riconoscibile per chi la conosce. Davide Bergamaschi è il protagonista di questo libro, ma anche Batiza lo è. E pur essendo la stessa persona, pur sovrapponendosi per un certo numero di pagine, ciascuno dei due merita uno spazio proprio.
Così, per introdurre Davide, ancora prima di parlare di lui, di citare una frase che lo descriva, devo confessare che sì, Davide Bergamaschi esiste. Si chiamava Andrea e dove sia ora non lo so, quando l'ho frequentato era il 1993 e lui aveva 12 anni. Ero la sua insegnante di sostegno. In realtà non ne aveva bisogno, ma la madre usciva spesso e non se la sentiva ancora di lasciarlo solo, questo ragazzino ancora piccolo, paffuto, con un velo di lentiggini e gli occhi a mandorla, stretto come una morsa nelle regole ferree di casa. Io arrivavo e la madre partiva. Dopo di che lui faceva i compiti e io disegnavo fumetti. Sul serio. Facevamo degli strappi alla regola, lui del mondo conosceva casa, scuola, case di amici, vacanze glamour, la palestra del basket. E io sorridevo di questa passione, lui così piccolo e rotondo, con quell'aria da castoro ad affannarsi dietro un pallone. Ciò che lo affascinava era invece l'esistenza spicciola: la cartoleria, il supermercato, la copisteria. Così, quando aveva finito i compiti, dopo avermi pregato con la voce di Fantozzi di fargli un toast con una sottiletta (era sempre a dieta e un paio di volte gli ho fatto un toast con tutti i crismi e vaffanculo), chiedeva supplichevole se non avevo commissioni da fare. Sulla mia AX rossa me lo sono portato da ferramenta, tabaccai, discount, mercerie, e per lui tutto era meraviglioso e nuovo e camminava di fianco a me senza toccare niente, senza voler comprare niente, quasi in religioso silenzio. L'anno dopo la madre mi disse che era l'ultimo in cui sarei andata da loro, dopo sAndrea sarebbe passato al liceo e una baby-sitter non l'avrebbe più accettata. Lo lasciai col cuore rotto. Era un bambino. Era ricco, fortunato, aveva buoni amici con cui stava ore al telefono a parlare di cartoni e fare l'imitazione di Fantozzi (metà della sua parlata era quella). Pochi mesi e si sarebbe trovato al Liceo Scientifico. Tra gli adolescenti veri. L'avrebbero massacrato.
Tre anni dopo lavoravo come custode della Galleria Civica. Era estate, faceva caldo e da lontano ho visto subito questo pezzo di figliolo che attraversava la piazza. Ho sempre avuto una certa predisposizione verso i ragazzi giovani, quelli che prima parlano e poi pensano, che sono tutto o niente, sempre o mai. E questo era bellissimo. Alto, possente, abbronzato, biondissimo. E puntava me.
Me?
Sì, puntava me. Era Andrea.
Era andata così: nell'estate tra la 3° media e la 1° liceo Andrea aveva avuto l'alzata. Da palletta lentigginosa era diventato il più alto della classe, e il basket lo aveva aiutato a formare le spalle, a rendere i muscoli tonici. Si era subito messo con la ragazza più bella del liceo e nessuno gli aveva mai torto un capello. Tutti avevano saggiamente deciso di essere in blocco suoi amici. Faceva ancora l'imitazione di Fantozzi. Aveva tutto, assolutamente tutto, e per lui era naturale. Non era cresciuto, rimaneva lo stesso ragazzino, con qualche nozione in più.
Pensai che era stato dannatamente fortunato.
Me?
Sì, puntava me. Era Andrea.
Era andata così: nell'estate tra la 3° media e la 1° liceo Andrea aveva avuto l'alzata. Da palletta lentigginosa era diventato il più alto della classe, e il basket lo aveva aiutato a formare le spalle, a rendere i muscoli tonici. Si era subito messo con la ragazza più bella del liceo e nessuno gli aveva mai torto un capello. Tutti avevano saggiamente deciso di essere in blocco suoi amici. Faceva ancora l'imitazione di Fantozzi. Aveva tutto, assolutamente tutto, e per lui era naturale. Non era cresciuto, rimaneva lo stesso ragazzino, con qualche nozione in più.
Pensai che era stato dannatamente fortunato.
Ma se anche Andrea è la base di Davide, non lo è tutto. L'anno lo ricordo, era il 2005. Lucca. Dopo una conferenza mi sono attardata fuori dalla tensostruttura con alcuni ragazzi (odio la parola fan, è così spocchiosa). Mi piacevano, la loro deferenza era fuori luogo, ma erano talmente carini che decisi di raccontar loro il vero finale di una fantomatica storia. Quasi subito mi sono resa conto che l'occhio mi scappava verso uno alla mia sinistra, un biondino con degli occhi incredibili. Non avrei saputo dargli un'età, sembrava giovanissimo, probabilmente aveva una ventina d'anni. Era magro magro, il viso angelico, gli occhi profondi di chi, se lo voleva, ti ribaltava come un calzino. Dopo mi dissero che lavorava per un sito web, eppue non tradì la mia fiducia e quel finale resta ancora segreto. Cercavo di non guardarlo perchè allora, esattamente in quell'anno, in quella giornata di sole lucchese, era l'essere più bello che avessi mai visto. Pensai al potere che aveva. Una bellezza simile porta con sè una traccia di potere altamente infiammabile. Forse lui non lo sapeva, spesso i belli non sono consapevoli. L'ho rivisto l'anno scorso e anche quest'anno, ora ci conosciamo, si chiama Giovanni e ci ritroviamo a ogni manifestazione. E' ancora bello (e ancora magro), ma ha perso quell'alone di perfezione che tre anni fa lo illuminava. Andrea e Giovanni sono rimasti stivati nella mia memoria, in due compartimenti vicini. Pronti a fondersi in un unico personaggio che avrebbe avuto solo il meglio di entrambi.









