Non era per il titolo, non avevo in mente il titolo, il romanzo era ancora un magma di idee e io sapevo solo che a un certo punto al protagonista sarebbe stata negata la propria identità in favore di un soprannome, che sarebbe facile chiamare "nome di battaglia", ma invece nella mia testa si rincorrevano i soprannomi dei mafiosi catturati in quel periodo. Faceva caldo, in quel parcheggio. Pensavo che avrebbe dovuto avere un soprannome particolare, magari non italiano. Sì, una parola che pochi conoscessero. E mi sono venuti subito in mente, Bosko e Divna, che mi conoscono da quando avevo pochi anni e che mi avevano già aiutato per un Dylan Dog Gigante. Emigrati in Canada ma fieramente serbi. Bosko lo diceva sempre: "Io non sono jugoslavo: io sono serbo.". Allora non capiva nessuno il perchè di un attaccamento tanto forte alla propria etnia, perchè la rivendicazione di una lingua che era specifica di una zona che anni dopo sarebbe stata flagellata dalla guerra. Non sapevo esattamente cosa chiedergli, quando ho scritto l'e-mail, ma di una cosa ero certa: il significato. In fondo QUEL significato poteva riassumere tutto il libro. E' stato così, oggi lo so. Mandai la mail a Bosko, gli dissi che cercavo qualsiasi parola potesse attenere a quel significato, compresi vezzeggiativi e dispregiativi. Lo pregavo di allegare la pronuncia alla parola scritta con l'alfabeto serbo. Mi rispose quasi subito: una parola era attraente, ma impossibile da scrivere come si pronunciava, il vocabolario italiano non lo consente e i lettori sarebbero rimasti con il dubbio di come si dicesse fino alla fine. Un'altra parola adatta era "bata". "Bata" aveva un vezzeggiativo: "Batica", pronuncia: Bàtiza. Mi sono fermata a riflettere: quante volte noi italiani siamo così davvero profondamente pastasciuttari da storpiare i nomi degli stranieri? Non abbiamo avuto per anni un campione della Ferrari di nome Maicol Sciumàcher invece di un Micail Sciùmacher? Mi sono sorrisa dentro: no, se qualcuno avesse solo sentito quella parola, "batica", l'avrebbe pronunciata "bàtiza" forse una o due volte. E poi si sarebbe naturalmente trasformata in "batìza". Batiza. Una parola che non vuole dire niente, così com'è scritta. Batiza era perfetto, ed era un perfetto titolo. Eravamo anni luce lontani da "Mani nude" e io credevo che la testardaggine e il carattere di merda di quella Paola Barbato che in Rizzoli faceva già alzare gli occhi al cielo l'avrebbe spuntata anche quella volta.
Ma questa, come si dice, è un'altra storia.









