La sottile linea gialla
venerdì, 25 luglio 2008 - 20:22
Dopo l’incontro fu necessario l’intervento di Frankenstein, perché il ragazzo respirava male.
«Mi sento un peso sul petto. Cos’è?»
«Ora vediamo, ora vediamo, dobbiamo andare via di qui, va bene?»
«Sì, ma non è che muoio, vero?»
«Non ancora.»
Lo aiutarono a uscire appena in tempo per vedere il furgone del Memente che si allontanava.
«Perché era venuto? Chi lo ha chiamato? Pensavate che perdessi?»
«Non pensavamo niente, è la prassi, stai calmo.»
«Non era la prassi, prima» ansimò vistosamente Batiza.
Frankenstein lo fece sdraiare sul sedile del Furgone così com’era, tutto impiastricciato di sangue e con le braghe cinesi da buttar via.
«Prima di che?» chiese distrattamente.
«Prima che Minuto scomparisse.»
Il ragazzo si levò a sedere e afferrò il medico per un polso.
«Piccolo bastardo, tu non hai niente» gli sussurrò il
Dottore, e da queste poche parole Batiza capì che era dalla sua parte.
«È Minuto che mi ha insegnato a fingere di stare male. E non solo di sentire dolore, ma anche…»
«Allora fammi scendere.»
«Franco.»
Era la prima volta che lo chiamava per nome, e a Frankenstein fece un certo effetto.
«Fammi scendere…»
«Franco, non ti faccio niente, mi hai fatto toccare la cistifellea, ricordi? Sono cose che non si dimenticano.»
Anche la tecnica della sdrammatizzazione gliel’aveva insegnata Minuto. Infatti al Dottore scappò un sorriso.
«Fammi andare. Davvero.»
«Dov’è Minuto?»
L’uomo si guardò furtivamente alle spalle e gli appoggiò due dita sul collo come per sentirgli il battito.
«Dimentica Minuto. Ricorda i suoi insegnamenti ma lui dimenticalo. Non tornerà.»
«Perché?»
La maschera era andata in pezzi e il tono disperato indusse il medico a rassicurarlo, ma per la ragione sbagliata.
«Stai tranquillo, i grandi capi vanno pazzi per te. Tu non corri nessun rischio.»
Il portello si spalancò e le figure di Claudio e del Creolo si stagliarono contro la notte.
«Sembrava un pneumotorace, invece è una banale insufficienza
respiratoria dovuta allo stress. È ansioso, questo ragazzo.»
Uscì veloce dal Furgone e il portello si richiuse per aprirsi solo davanti alla Garganella. Batiza percorse il tratto dalla porta rossa allo Stanzone con lentezza. Minuto non c’era più. Minuto doveva dimenticarselo. Minuto che era tutto quello che aveva.
Mi aveva messo in guardia. Ma davvero era troppo tardi.
Mancavano un paio d’ore all’alba, rientrò nel buio quasi totale, eppure a una prima occhiata gli sembrò che lo Stanzone fosse diverso, anche se non avrebbe saputo dire come. Poi Scottex accese la sua lampada e capì: c’era un letto in meno, Castore non era rientrato.
Fu allora che i Cani cominciarono a morire.
Paola Barbato - Mani nude
in: brani
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Commenti
#1    31 Luglio 2008 - 12:21
 
Un grande saluto da un grande dylandoghiano, e un grazie sincero per le belle storie che mi hai raccontato, nel tempo, dal '97 a oggi!:-))
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