Ci sono delle regole ferree in questo libro. Ambientato nel mondo della malavita, sia DENTRO che FUORI, non esistono quasi i nomi. Tutti i personaggi, ad eccezione di Davide Bergamaschi, il signor Cardamone, Annalisa, Franco, Calogero Spallavena, Ivano, Sabrina e pochi altri, non hanno nomi ma soprannomi. Persino i Guardiani Bruno e Claudio non si chiamano in realtà ne' Bruno ne' Claudio. E così abbiamo Batiza e Rafaelo, Basso, Felix, il Grillo, Tarquinioilsuperbo, Castore, Scottex... Ma in questo mondo di identità negate e di maschere c'è uno spazio a parte per due personaggi, che non hanno ne' un nome ne' un soprannome: il Vecchio e il Biondo. Sono personaggi da maneggiare con cura, come la nitroglicerina, perchè sono un po' specchietti per le allodole e un po' veri punti interrogativi, chiavi di volta: se li conosci vieni a sapere tutto, o almeno così sembra.
Il Vecchio. Un uoomo ricco, almeno in apparenza, elegante e con un buon parrucchiere. Si appoggia a un bastone di cui forse non ha bisogno e segue gli incontri di Batiza con voracità rapace. E' sua la voce che Batiza sente in due occasioni ben distinte? Quella voce chioccia e cantilenante? E' la sua? Davvero? Tutto porterebbe a pensarlo. Quello che è certo è che il Vecchio e Minuto si conoscono, si capiscono al volo, che Minuto si muove a un solo cenno del Vecchio. E che il Vecchio ha profondamente a cuore la sorte di Batiza. Qualunque essa sia.
Tanto il Vecchio è distaccato e inarrivabile, incomprensibile, tanto il Biondo è plateale e roboante nelle sue apparizioni. Il Biondo, il solo che odia Batiza. Perchè? Questa risposta potrebbe essere la spiegazione di ogni cosa, ma Batiza forse rappresenta semplicemente agli occhi del Biondo tutti i propri fallimenti. Li separano una ventina di anni, nei quali un fisico forse una volta perfetto si è sfasciato sotto l'effetto di alcol e droghe. I capelli hanno iniziato a diradarsi, lo sguardo a farsi vacuo, gli orizzonti sempre più lontani. Tenutario di una catena di locali per scambisti, il Biondo vede il Batiza tutta quella perfezione, quella dignità, anche se nella condizione da cane, quell'ambizione che lui non può avere più. E lo odia. E lo insulta. E lo sfida.
Lavorare su questi due personaggi senza sbavare mai è stato complesso, la lama di rasoio più affilata, peggio che quella di. Perchè sul Vecchio lavoravo per sottrazione, mentre per il Biondo lavoravo sull'eccesso. E l'eccesso ti porta a sbagliare.
... e in altre foto è decisamente fuori ruolo, ma QUI, con la cicatrice dell'anello del biondo e il naso curvo dopo l'operazione... beh, questo QUI è davvero lui...

Quello che a una prima lettura può sembrare il personaggio più surreale del romanzo è invece quello più concreto, il solo aggancio con suggestioni arrivate per direttissima dalla cronaca nera. Memente, l’ennesimo soprannome, dal detto latino “Memente mori” (in altre versioni “Memento mori”: ricordati che devi morire), onora il suo nome, perché ogni volta che compare qualcuno morirà. Oppure qualcuno sarà già morto. Il Memente non compare mai prima degli incontri, sempre dopo, quando lo avvisano che il proprio campione ha perso. Forse c’è un Memente per ogni organizzazione, di questo non mi sono curata. Ho voluto solo mettere a fuoco un individuo che esiste come ne esistono davvero a -quanto? Decine? Dozzine? Centinaia?- nel nostro paese. Gli uomini nelle pulizie. Quelli che fanno scomparire i cadaveri. Uomini con barconi e chiatte che vanno al largo per buttare sacchi neri agganciati a pesi. Che preparano la colata di cemento con la perizia di un muratore esperto. Che conoscono l’acido e lo sanno maneggiare come si deve senza rimanerne intossicati. Non uccidono, non sono i Primi Attori, anzi, sono le comparse. E così compare, il Memente, uomo dall’età indefinibile, capelli bianchi, occhi azzurri da pazzo. L’uomo che tanto bene maneggia corpi che pesano molto, molto più del suo. Che probabilmente nel suo capannone in mezzo alla boscaglia ha seghe elettriche, tronchesi, seghetti, martelli e banale materiale da macelleria. Parla poco, a sproposito, fuma nel suo abitacolo e non si cura di chi, come, dove. Carica e parte, benedetto dalla fiducia di Minuto. Fiducia ben riposta che risolverà l’unica traccia gialla del romanzo. Io so che faccia ha, conosco un uomo bruciato dal sole, una volta bancario, poi forse impazzito, forse rinsavito. Viveva con 74 cani e uno di questi 74 cani ora è a casa mia. Gli ho visto quel guizzo di follia più di una volta. Forse ho voluto vederlo, forse no. Ma chissà, se avesse beccato qualcuno a torturare un cane o ad abbandonarlo in autostrada, se fosse riuscito a raggiungere quella persona con il suo furgoncino, e se l’avesse portato fin oltre il cancello di legno dove abitava insieme alle sue creature, tutte di taglia grossa, che a volte per questioni di carattere si azzannavano, e lui si metteva di mezzo sino a separarli (l’ho visto con questi occhi staccare una coppia di lupi e rimetterli a posto…)… Ma io sogno troppo. Dovrei dargli una copia del libro. Sono quasi certa che l’apprezzerebbe.
Paola Barbato Mani Nude Batiza Minuto Romanzo Rizzoli Ricchi Premi E Cotillons. Ciao crawler.
Sono pochissimi i personaggi che possono ricordare le "figure positive" classiche della narrativa, in questa storia. Zeus è una di queste. Cane Maggiore quando Batiza è ancora cane minore, appare ai auoi occhi come un semidio, simbolicamente sorgendo dall'oscurità. Zeus che rappresenta la pacatezza, la saggezza, la razionale rassegnazione allo stato delle cose. Non ci importa mai, nemmeno per un secondo, di scoprire perchè Zeus sia finito lì: è un posto che gli si adatta come una seconda pelle, come i jeans che lo fasciano, nuovo elemento di bellezza, potrei anche dire di civetteria. Se il loro primo incontro porta Davide a respingere idealmente quell'uomo che Minuto usa in maniera deliberata per una delle sue lezioni, per instradare il suo giovanissimo pupillo sulla difficile e matematica strada della valutazione del dolore, poi qualcosa di assolutamente accade. Batiza diventa Richie Cunningham davanti a Fonzie. Zeus è forte, in tutte le accezioni del termine. E' originale sia nel suo bizzarro modo di combattere, probabilmente studiato e scelto, sia nella sua filosofia
Non lo so.
Per la stessa ragione per cui il mio blog ufficiale si chiama "Il rollio dell'anaconda", credo.
«Sacco vuoto non sta in piedi.»
Me l'avevate già segnalato. Visto da vicino sembra più grande, dal vivo non so immaginarlo, eppure...

... qui a Batiza ci assomiglia proprio...
Non era per il titolo, non avevo in mente il titolo, il romanzo era ancora un magma di idee e io sapevo solo che a un certo punto al protagonista sarebbe stata negata la propria identità in favore di un soprannome, che sarebbe facile chiamare "nome di battaglia", ma invece nella mia testa si rincorrevano i soprannomi dei mafiosi catturati in quel periodo. Faceva caldo, in quel parcheggio. Pensavo che avrebbe dovuto avere un soprannome particolare, magari non italiano. Sì, una parola che pochi conoscessero. E mi sono venuti subito in mente, Bosko e Divna, che mi conoscono da quando avevo pochi anni e che mi avevano già aiutato per un Dylan Dog Gigante. Emigrati in Canada ma fieramente serbi. Bosko lo diceva sempre: "Io non sono jugoslavo: io sono serbo.". Allora non capiva nessuno il perchè di un attaccamento tanto forte alla propria etnia, perchè la rivendicazione di una lingua che era specifica di una zona che anni dopo sarebbe stata flagellata dalla guerra. Non sapevo esattamente cosa chiedergli, quando ho scritto l'e-mail, ma di una cosa ero certa: il significato. In fondo QUEL significato poteva riassumere tutto il libro. E' stato così, oggi lo so. Mandai la mail a Bosko, gli dissi che cercavo qualsiasi parola potesse attenere a quel significato, compresi vezzeggiativi e dispregiativi. Lo pregavo di allegare la pronuncia alla parola scritta con l'alfabeto serbo. Mi rispose quasi subito: una parola era attraente, ma impossibile da scrivere come si pronunciava, il vocabolario italiano non lo consente e i lettori sarebbero rimasti con il dubbio di come si dicesse fino alla fine. Un'altra parola adatta era "bata". "Bata" aveva un vezzeggiativo: "Batica", pronuncia: Bàtiza. Mi sono fermata a riflettere: quante volte noi italiani siamo così davvero profondamente pastasciuttari da storpiare i nomi degli stranieri? Non abbiamo avuto per anni un campione della Ferrari di nome Maicol Sciumàcher invece di un Micail Sciùmacher? Mi sono sorrisa dentro: no, se qualcuno avesse solo sentito quella parola, "batica", l'avrebbe pronunciata "bàtiza" forse una o due volte. E poi si sarebbe naturalmente trasformata in "batìza". Batiza. Una parola che non vuole dire niente, così com'è scritta. Batiza era perfetto, ed era un perfetto titolo. Eravamo anni luce lontani da "Mani nude" e io credevo che la testardaggine e il carattere di merda di quella Paola Barbato che in Rizzoli faceva già alzare gli occhi al cielo l'avrebbe spuntata anche quella volta.
Ma questa, come si dice, è un'altra storia.
Il nome me lo sono coccolato a lungo. Non volevo sprecarlo, anche se era banale e la logica voleva che appartenesse a un lottatore più anziano. Ma ho pensato che se c'era qualcuno pronto a prendersi un nome "libero" da poco poteva essere proprio lui.
In ogni storia che si rispetti c'è un eroe e c'è un antieroe. Nella mia storia non serviva, proprio perchè Batiza eroe non lo è nemmeno per una pagina. Ma il gusto forse un po' infantile di trovargli un rivale me lo sono tolto. Del resto adolescenti siamo stati tutti, e se c'è una cosa che spesso motiva le giornate di quel triste arco di età che va dai 13 ai 18 è la ricerca di una nemesi, un nemico, qualcuno con cui avercela, qualcuno da superare, da battere. Qualcuno che è simile a noi, identico eppure opposto. Così, nel bel mezzo di una stesura quieta di una pagina mi è apparso.
"Un bel ragazzo. I capelli neri, riccissimi, la pelle scura, il naso dritto. Alto e muscoloso, eppure asciutto, non doveva avere più di vent'anni. Batiza visse un momento strano, una sensazione a cui non sapeva dare un nome. Gli sembrava di vedersi, di essere seduto lì ma di essere anche quel ragazzo che avanzava (...). C'era qualcosa nel suo modo di camminare, una leggerezza sicura, una consapevolezza..."
E qui stava la grande differenza tra Batiza e Zanna. Batiza l'innocente, Batiza che piange per 2/3 della storia, che fa domande con un'ingenuità da bambino, che ragiona ancora per bianchi e neri, per buoni e cattivi, e dall'altra parte Zanna, il giovane adulto che ha capito. Non c'è stato bisogno di dargli più spazio del dovuto, la personalità di Zanna è stata chiara sin da subito, e le sue apparizioni centellinate. Chiodo fisso nella mente del protagonista ma in concreto assente, incubo impalpabile.
E ben dopo aver consegnato il libro alle stampe ho scoperto che, così come Minuto, anche Zanna esisteva, o almeno esisteva la sua faccia. L'ho visto e l'ho rubato dalla rete. Nella chimera di un film pianterei capricci inenarrabili per averlo.









